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Retorica della mobilità

4 Lug

La conversazione quotidiana con autori antichi morti e stramorti mi aiuta a superare i momenti di vuoto abissale che a volte mi stringono la gola: la struttura del pensiero umano è tendenzialmente, in maniera banale e rassicurante, uguale a se stessa nei secoli e nei secoli.
Quando sono assalita dai dubbi sul mio percorso ragiono sempre in termini antitetici. Davanti ai miei occhi si delineano due nuvolette: la prima bianca e paradisiaca, melenso melange di sicurezza e creatività; la seconda, grigia e temporalesca, all’insegna del “chissà che sarà”.
Lo studio della retorica classica mette in evidenza la preferenza squisitamente umana per la figura dell’antitesi: inquadrare la realtà in categorie opposte ed alternative è la migliore garanzia per una stabilità fittizia. Ecco davanti a noi, i buoni e i cattivi, i giusti e gli ingiusti ed, ultimamente, quelli che partono dall’Italia e quelli che restano in Italia.
Un commento senza peli sulla lingua. Sfuggiamo alla più banale delle illusioni: restare non significa forzatamente resistere per la collettività, partire non corrisponde necessariamente ad una fuga alla rincorsa dei propri interessi personali.
D’altra parte l’antitesi punta a valorizzare due termini attraverso la loro reciproca contrapposizione, si costruisce su un giudizio di valore e non di verdicità.
Teniamo a mente questo monito letterario ed umano, scovato su un libro del primo novecento:

“The unthoughtful reader frequently needs to be reminded that a sentence is not necessarily true because it is antithetical.”
J. Rossiter, The alphabet of rhetoric, 1903

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