Archivio | novembre, 2011

Boring classics

4 Nov

Questo semestre mi è stato assegnato un corso sulla cultura latina a Roma. Ho passato lo scorso weekend a cercare una soluzione efficace per attirare l’attenzione dei miei studenti : una full immersion nel marketing della classicità. Ho organizzato la presentazione partendo da tre domande provocatorie.

1)     Perché leggere i classici ci annoia?

2)     Cosa rende difficile l’accesso a un testo classico?

3)     Perché studiare i classici, se ci annoiano?

La mia riflessione parte dal meraviglioso capitolo «Notre style intense ou pourquoi l’ancienne poésie nous ennuie» tratto dal noto libro di Paul Veyne sull’elegia a Roma (L’élégie érotique romaine). A Veyne bisogna riconoscere l’audacia della vera onestà intellettuale: specialisti e non specialisti sono spesso ugualmente annoiati dalla lettura dei classici; questa realtà è un dato utile per la comprensione del mondo antico ed è riconducibile al divario tra i modelli estetici di referenza delle due epoche. Noi, pubblico devoto al valore estetico della sincerità, dell’esaltazione dell’interiorità autoriale, dell’affermazione dell’originalità come fuga dalle regole, siamo spaesati dalla poesia antica, fedele alla finzione del gioco letterario, all’esaltazione di valori comunitari, all’originalità intesa come virtuosismo all’interno delle regole.

I classici ci annoiano perché sono distanti dalle aspettative di un lettore moderno. Personalmente, mi sento costantemente sfidata da queste differenze; la difficoltà offre la possibilità di esercitare uno sforzo intellettuale attivo. Per dirla con le parole di un noto filosofo italiano:

“La ricerca scientifica … consiste nel tentare la soluzione dei   problemi, e il tentativo di soluzione dei problemi implica la  creazione di ipotesi, il rigoroso controllo di queste tramite fatti ben  vagliati, la proposta di alternative, il reperimento degli errori, una  discussione continua”

(D. Antiseri, Tradurre Tacito, esercizio di vera scienza in una scuola che non insegna a ragionare, “Corriere della sera”, 31 gennaio 1997).

Perché quindi studiare i classici? Sul piano umano, per il brivido intimo che ci pervade nel momento in cui, dopo ore passate sulla bibliografia, superando inaspettatamente numerosi ostacoli, arriviamo a comprendere e a “sentire” il testo. Sul piano filosofico, per esercitare una delle più antiche abilità dell’uomo, l’astrazione. Nota bene: il problema filologico ha un interesse limitato nella sua specificità ma illimitato nella sua universalità. Sta a noi l’abilità di farlo parlare del qui e dell’oggi attraverso il passato e l’altrove.

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